Dalle origini dell’intuizione alla fondazione di Fomet
La storia di Fomet (acronimo di Fertilizzanti Organici Minerali e Torbe) affonda le sue radici nelle intuizioni imprenditoriali di Paolo Cappellari (30/06/1925-17/04/2013) che negli anni Sessanta decise di trasformare gli scarti agricoli in una preziosa risorsa. La famiglia di Paolo, che aveva origini contadine, si trasferì a Roverchiara dal paese di Foza, al confine tra le province di Vicenza e Treviso, dopo la rotta di Caporetto (ottobre 1917) durante la Prima guerra mondiale. Paolo, nato a Roverchiara, negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, dopo aver lavorato in fabbrica per un certo periodo, decise di cambiare mestiere, dedicandosi all’allevamento di pollame e alla fungicoltura, fondando Funghi Arena, una delle più grandi aziende in Italia di produzione funghi a quell’epoca. La ditta, dedicata alla produzione a carattere industriale di funghi fu determinante, assieme all’attività di allevamento di pollame, per la nascita di Fomet. Questa corse in parallelo al declino della fungaia.
L’intuizione che diede vita a Fomet
La produzione di funghi in Italia all’inizio degli anni settanta andò il declino. La grande quantità di energia necessaria a gestire questo tipo di coltura (si doveva raffrescare d’estate e riscaldare d’inverno) divenne un costo insostenibile, soprattutto in conseguenza dei due shock petroliferi della seconda metà degli anni Sessanta, Paolo ebbe un’intuizione piuttosto particolare. Egli cominciò a sfruttare la pollina dell’allevamento e il residuo di torba e letame di cavallo esausto utilizzate per la coltura dei funghi, al fine di creare un fertilizzante organico con l’aggiunta successiva del letame avicolo, abbondante e di difficile smaltimento nella zona veneta, in polvere chiamato Humus Vita Super (che tutt’oggi si trova ancora a catalogo). Questo “meccanismo” di economia circolare era il risultato della prassi, un tempo comune, di recuperare gli scarti ed evitare di gettarli utilizzandoli per altri scopi. Dopo un periodo di sperimentazioni, sicuro del funzionamento del prodotto, Paolo diede i natali a Fomet nel 1973, cominciando a produrre questo primo fertilizzante organico biologico. Come anticipato, i costi della fungaia divennero insostenibili, sicché venne chiusa nel 1981, rendendo Fomet l’attività primaria.

Tra innovazione tecnica e valori sociali
L’impegno di Paolo non si limitò solo all’innovazione di prodotto. Sin dai tempi della fungaia, egli si contraddistinse per l’attenzione verso i collaboratori e la comunità. In un’epoca in cui tali attenzioni non erano assai diffuse, egli si assicurava che tutti i dipendenti fossero in regola con i contributi, godessero delle ferie e partecipassero a feste e momenti di aggregazione come le gazeghe, nelle quali portava a cena i dipendenti e familiari, utili affinché la squadra di lavoro legasse, mostrando una sensibilità sociale all’avanguardia. Inoltre presso gli spogliatoi erano presenti delle lavatrici affinché gratuitamente le donne impiegate nel lavoro potessero lavare i propri panni. Tali pratiche non erano però solo rivolte all’ambito professionale, ma riguardavano anche il paese. Ad esempio, il fondatore di Fomet si preoccupava di sostenere la parrocchia a cui era molto legato. Fra le iniziative quella della costruzione della ‘Casa della Gioventù’ , un moderno fabbricato a due piani per lo svolgimento di attività parrocchiali e non. Egli aveva infatti a cuore la comunità, conscio dell’importanza che poteva avere questo tipo di atteggiamento, soprattutto per una realtà aziendale – fungaia o Fomet che fosse – certamente impattante a livello locale e che diede luogo ad una sorta di «fusione» tra la fabbrica e la comunità, ancora oggi ben presente e solida nelle prassi dell’azienda.

Un innovativo processo produttivo
La concimazione organica biologica è dunque il concetto fondativo dell’azienda. Paolo aveva intuito che il fertilizzante organico serviva per il benessere della terra e per la crescita della pianta. Egli riuscì quindi a creare una filiera risolvendo il problema dello smaltimento e dando una soluzione anche alla fertilizzazione del terreno. Più in generale, il processo produttivo di Fomet consiste in sei principali fasi. Una volta ritirato lo stallatico dagli allevamenti convenzionati, avviene una miscelazione e omogeneizzazione della matrice organica. La terza fase, la fermentazione, è il nucleo del processo produttivo, nonché il fiore all’occhiello dell’azienda. Segue la pellettatura ed estrusione del prodotto, e quindi la quinta fase dedicata al controllo della qualità, anche se quest’ultimo avviene in tutte le fasi della produzione. Durante il sesto passaggio avviene infine il confezionamento del prodotto, che viene spedito ai clienti. La fermentazione oltre a rappresentare il nucleo del processo produttivo, è il fiore all’occhiello dell’azienda. Essa avviene infatti rivoltando il letame (quindi mettendo in pratica una prassi in uso nei secoli) rendendo il processo a carattere aerobico. A quel punto il prodotto si scalda, a causa della fermentazione, igienizzandolo, eliminando salmonella ed escherichia coli, parassiti ed altri contenuti negativi, mantenendo intatta la carica microbiologica. A rimarcare ulteriormente l’importanza di questo processo produttivo vi è il fatto che negli anni Sessanta non esistevano studi dedicati: gli unici nel settore furono messi in pratica qui. Infatti l’azienda collabora da svariato tempo con le Università, il che ha permesso di brevettare il processo produttivo che prese il nome di Afrodite® (che sta per Aerobic Fermentation and Revaluation of Organic matter to Develop and Improve The Essence of soil). Il successo dell’intuizione e la bontà del progetto sancirono la costante crescita dell’azienda. All’originario edificio costruito all’inizio degli anni Settanta – che si trova nell’area centrale del complesso – ne furono aggiunti altri, assecondando lo sviluppo del processo produttivo.

Una particolare chiave di volta
Il profondo valore identitario di questa esperienza aziendale risiede dunque nell’antico uso di recuperare gli scarti e nell’utilizzo della fermentazione “naturale”. Questi due aspetti rappresentano la chiave di volta di questa vicenda. Non si tratta di un semplice legame tra industria e settore agricolo. Questo particolare aspetto della civiltà contadina divenne chiave di volta, germe di un’esperienza – quella di Paolo Cappellari – che contribuì a forgiare la nuova identità veronese e quindi anche veneta.