LA STORIA
Le origini del mito
Narrare la storia di Giuseppe Merlin (1881-1964) significa raccontare non solo la vicenda di un grande maestro del mobile d’arte, ma anche una storia che affonda le sue radici nelle tradizioni della pianura veronese, dove il legno e il lavoro artigiano hanno da sempre segnato l’identità di questo territorio. La famiglia Merlin, che proveniente probabilmente da Forlì, noto centro di produzione di imbarcazioni, si insediò nella pianura veronese nel XVIII secolo in un contesto, come quello della pianura veronese, che brulicava di mestieri che avevano a che fare con il legno. Nelle corti rurali e non solo erano assai diffuse figure come i caretieri (carrettieri), i caregari (coloro che producevano sedie), oppure ancora i botari (bottai). Durante i primi del Novecento, Giuseppe conduceva con il padre un piccolo laboratorio di falegnameria rivolto soprattutto alla produzione e al restauro di attrezzi per l’agricoltura. Egli cominciò a far conoscere le proprie capacità creative in qualità di marangon (falegname) dopo il primo conflitto mondiale, a partire dal 1920, quando alcune importanti personalità chiesero allo stesso un restauro rendendosi conto della sua bravura.

Nella quarta fila a destra, Vasco Merlin alla cui sinistra vi è Remo.
Le “reti” di Merlin
La storia di questa impresa è quindi strettamente collegata alle peculiarità naturalistiche ed economiche del territorio veronese, ma ciò che favorì l’ascesa della stessa deriva da quelle conoscenze, da quegli innumerevoli passaparola che rappresentarono un vero e proprio trampolino di lancio per Giuseppe Merlin. Grazie a tali conoscenze la ditta intraprese un percorso di crescita ampliando le conoscenze che divennero vere e proprie reti commerciali – dapprima locali e via via nazionali e internazionali – in grado di apportare nuovi stili in seno all’attività produttiva. Di conseguenza, la graduale crescita delle necessità di produzione spinse Merlin a delegare le commesse che riceveva, realizzando un vero e proprio decentramento produttivo. Tale esternalizzazione della produzione e dei dipendenti (fornendo a questi strumenti e materia prima) fu dovuta anche all’assenza di botteghe in grado di rispondere al crescente bisogno di eseguire le principali lavorazioni legate a questo settore, come l’intaglio o la lucidatura. A tal proposito vale la pena sottolineare come Giuseppe Merlin fosse chiamato col nome di “rosso”, appellativo che indicava il colore della capigliatura ma anche l’ideologia politica di appartenenza, il socialismo. Con l’operazione di “esternalizzazione” riuscì infatti a far imparare il mestiere di artigiano, dando nuove prospettive a coloro che altrimenti avrebbero trascorso tutta la vita in campagna, in un tempo – gli anni tra le due guerre mondiali – le cui uniche possibilità erano quasi del tutto legate al lavoro agricolo: l’assetto economico locale era infatti caratterizzato da una fitta rete di corti rurali.
La “missione sociale”
Durante questo periodo, grazie all’aiuto dell’ing. Bresciani, venne fondata la “Scuola artigiana del mobile d’arte di Asparetto” (che prese tal nome nel 1930), diretta dallo stesso Giuseppe, condotta dai figli Vasco (1906-1980) e Remo (1912) e soggetta all’Istituto per il Lavoro e del Ministero dell’Istruzione, che garantiva una certificazione professionale. I corsi duravano qualche mese e venivano proposti ogni anno – salvo particolari momenti come la Seconda guerra mondiale – con l’effetto di produrre nuovi artigiani che, acquisite le tecniche e le conoscenze di riferimento, avrebbero in seguito fondato una propria impresa. Ciò testimonia il forte impatto sociale della realtà di Merlin ben prima del florido periodo economico del secondo dopoguerra. La situazione sarebbe mutata solo all’indomani del secondo conflitto mondiale.

Gli anni del boom economico e la divisione della ditta
Conclusa la Seconda guerra mondiale queste dinamiche entrarono a pieno regime, alimentate dal nuovo contesto economico che l’Italia stava allora vivendo. Durante gli anni Cinquanta e Sessanta nuovi apprendisti imparavano ogni anno il mestiere, non solo nella ditta di Merlin ma anche nelle altre che intanto erano nate dallo stesso. Vicende come quella dei fratelli Guarise, Chiaramonte e Bonfante, ben chiariscono come Cerea e Bovolone stessero esperendo un florido periodo economico anche grazie all’opera di Merlin. In conseguenza di tale successo Giuseppe Merlin fu insignito nel 1957 del titolo di cavaliere della Repubblica dal Presidente Giovanni Gronchi. Eredi della fortuna Merlin furono i figli Vasco e Remo. Dopo la dipartita di Giuseppe, i due fratelli decisero di dividere l’azienda in parti uguali in termini di produzione, spazi e dipendenti. Vasco proseguì con l’opera avviata dal padre, mentre Remo decise di trasferirsi a Sirmione (BS), sul lago di Garda. L’azienda di quest’ultimo fu quindi venduta ad un artigiano proveniente dal comune di Salizzole.

Archivio Giorgio Sandrini.