Paesaggio della risaia e delle corti

si  afferma  dal  1500  con  la  risicoltura  che porta allo sviluppo del sistema delle grandi corti  rurali,  fulcro  produttivo  e  modello sociale per la Pianura nel tempo.

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Il paesaggio della risaia e delle corti

Il paesaggio della risaia e delle corti si afferma a partire dal Cinquecento, quando l’introduzione della risicoltura trasforma profondamente la pianura e dà origine a un nuovo modello produttivo e sociale. Dal 1522 la coltivazione del riso diventa sempre più diffusa, accompagnata dalla costruzione delle pile da riso, veri e propri opifici rurali attorno ai quali si organizzava la vita agricola. Per alimentare questi impianti era necessario scavare una fitta rete di canali artificiali, le seriole, spesso intitolate ai proprietari dei fondi, e realizzare fossi scolatori che riconducevano le acque nel Bussè, disegnando un paesaggio fortemente strutturato dall’ingegneria idraulica. In questo contesto si sviluppa il sistema delle grandi corti rurali, centri produttivi autosufficienti che diventano il fulcro dell’economia agricola e un modello insediativo destinato a segnare a lungo la storia della pianura.
Nel corso del tempo, la gestione delle risaie evolve insieme alle opere di bonifica. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento la progressiva bonifica dei terreni vallivi porta all’abbandono delle risaie stabili, che sfruttavano l’assetto naturale delle aree paludose e la vicinanza dell’acqua ma garantivano rese limitate, per introdurre le risaie a vicenda, coltivate a rotazione e predisposte ogni anno con interventi agronomici mirati. Le fonti storiche permettono di ricostruire l’importanza di questo paesaggio: nel Settecento una parte significativa dei campi risultava coltivata a riso, anche se la precisa localizzazione delle risaie rimane spesso difficile da individuare nelle mappe storiche. Nell’area che comprende Palù e Oppeano erano attive numerose pile e mulini, testimonianza di un sistema produttivo diffuso e capillare. L’incidenza delle risaie raggiunge il suo apice nel XVIII secolo, quando oltre metà della superficie agricola era dedicata a questa coltura, per poi ridursi progressivamente nel corso dell’Ottocento.