LA STORIA
Nasce un istituto “differente”
Il periodo tra la fine del XIX secolo e primi due decenni del Novecento rappresentò un momento di sviluppo del tessuto economico sociale di Cerea. L’allora parroco don Giuseppe De Battisti (egli giunse a Cerea nel 1882 ), particolarmente sensibile al tema sociale, fu promotore della fondazione della Cassa Rurale di Prestiti di San Zeno in Cerea che ebbe luogo il 7 marzo 1897. Lui stesso ne divenne presidente fino al 1906. L’obiettivo di “migliorare le condizioni morali e materiali dei soci” offrendo credito in un’epoca in cui l’emigrazione e le difficoltà economiche che gravavano sulla comunità, trovarono una risposta sia nelle logiche delle casse rurali, nate dall’intuizione di Leone Wollemborg che nel 1893 le concepì come strumento per arginare l’emigrazione, sia nelle istanze sociali della nuova dottrina inaugurata da Papa Leone XIII con l’Enciclica Rerum Novarum (1891), che diede nuovo significato al piccolo prestito, fondandolo su di un principio di solidarietà sociale. Dinnanzi alle capacità professionali dei singoli, l’idea era comunque quella di aiutare iniziative che avrebbero poi ripagato il sostegno reso con degli interessi, che però erano di tipo sociale: l’attività sarebbe stata infatti in grado di assicurare lavoro ad altre persone del territorio. L’obiettivo di De Battisti fu chiaro sin da subito: aiutare la comunità di Cerea a migliorare le condizioni sociali e materiali dell’individuo, nel quadro di un’economia locale prettamente agricola, fondando nuove piccole aziende.

(7 marzo 1897)
L’età liberale
Il primo periodo di vita dell’istituto, che corrisponde all’epoca dei governi liberali, fu caratterizzato da alcuni principali snodi tra cui la fusione con la consorella di Aselogna (1906), l’assorbimento di alcuni soci dall’altra Cassa di Cerea (1906-1910), l’insediamento nell’edificio di via Paride (forse 1910), la modifica della ragione sociale in “Cassa Rurale di San Zeno in Cerea” nel 1929 – anno di nomina dell’ing. Bresciani quale presidente onorario – e infine la dotazione di un regolamento interno (1930), progressivamente aggiornato dai diversi regi decreti degli anni Venti, i quali miravano a regolamentare il mondo delle Casse Rurali. Dopo le difficoltà imposte dalla Prima guerra mondiale, che si tradussero nell’assenza della forza lavoro collocata al fronte, il credito cooperativo soffrì il periodo fascista, nonostante il regime fosse sostenuto dall’istituto stesso.
Il regime delle riforme
Tra il 1919 e il 1928 lo Stato regolamentò sempre più le casse rurali, imponendo controlli, bilanci obbligatori e trasformandole in istituti inseriti nel sistema corporativo attraverso l’Ente Nazionale per il Credito. Il Regio Decreto del 26 agosto 1926, n. 1630 e il successivo Regio Decreto-Legge del 6 novembre 1926, n. 1830 introdussero un regime di controlli molto più rigido. Le casse rurali dovevano sottoporsi a ispezioni ministeriali e presentare bilanci regolari: da strumenti liberi e comunitari diventarono così istituti più strettamente vigilati, inseriti nella logica del nascente sistema corporativo. La svolta arrivò nel 1928 con il Regio Decreto del 6 maggio, n. 1077, che istituiva l’Ente Nazionale per il Credito alle Casse Rurali ed Artigiane il quale aveva il compito di coordinare e sostenere le casse, fornendo fondi e garantendo uniformità di gestione. In questo modo lo Stato non solo riconosceva la loro importanza per l’agricoltura e l’artigianato, ma ne incanalava definitivamente l’attività entro un sistema centralizzato e controllato. Dopo la crisi economica scatenata dal crollo della borsa di New York (1929), anche l’Italia conobbe un periodo di riforma dei rapporti tra stato e capitale. Nel mondo delle Casse Rurali ciò fu rappresentato dai Regi Decreti Legge n. 374 del 1936 (Testo Unico sulle Casse Rurali) e n. 1705 del 1937, che rispettivamente, assoggettarono le Casse Rurali alla Banca d’Italia e ne definirono la natura e le attività. L’adeguamento statutario avvenne nel ‘38 decretando il passaggio della ragione sociale da “Cassa rurale di Credito e Risparmio di Cerea” a “Cassa Rurale ed Artigiana di Cerea”. Fu il primo e vero “scontro” della realtà nazionale – fino ad allora normata dalle logiche del precedente regime liberale – verso questi istituti che erano nati con uno stretto legame verso il contesto locale: le loro attività erano infatti rivolte al territorio. Queste riforme resero l’istituto, almeno sino al 1968, a “basso fatturato”.

Un periodo di cambiamento
Dalla fine del Secondo conflitto mondiale in poi, l’intero territorio visse un forte sviluppo, specie nel settore del mobile d’arte, al quale la banca fu strettamente legata: i rappresentanti dei Cda, comunque, appartenevano anche al settore artigiano, oltre ai comparti dell’agricoltura, dell’industria e del terziario. Molteplici furono quindi i progetti finanziati. Sin dalla fine degli anni Quaranta la Cassa – oltre a lavori di restauro della sede – operò a favore dell’economia locale, ad esempio con progetti come il restauro della facciata del duomo di Cerea (1948) e quelli rivolti alla scuola di disegno professionale (1949). La modifica del “Testo Unico sulle Casse Rurali” (1955), a cui l’istituto cereano si adeguò nel 1956, ridusse i principi di confessionalità cattolica e di solidarietà illimitata, ma al tempo stesso favorì una maggiore partecipazione dei soci ed estese il credito alle altre categorie economiche oltre a quelle rurali ed artigianali. Nei decenni successivi l’ente si espanse in vari comuni del territorio veronese fino ad includere i territorio delle province di Rovigo e Mantova, consolidando un impegno che, sin dalla fine del XIX secolo, si era sviluppato con una forte valenza sociale ed economica, teso a implementare l’evoluzione dei differenti settori economici nei diversi periodi storici che si sono succeduti nel tempo.

Archivio Giorgio Sandrini